Perdendomi nelle migliaia di conversazioni relative alle elezioni europee per le quali milioni di cittadini stanno andando ad esprimere il proprio voto, incappo in questo interessante post di Luca De Biase.
Più che il post, mi ha colpito lo scambio di battute nei commenti e in particolare la prefazione del libro Dilettanti.com citato da Marco Decio:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia
La rivoluzione del Web 2.0 ha promesso di diffondere a un numero sempre più ampio di persone una sempre più ampia conoscenza, ma in ogni momento ci si interroga sull’affidabilità, l’accuratezza e la verità delle informazioni che troviamo in rete. Allo stesso tempo le nostre più preziose istituzioni culturali - quotidiani, riviste, il mondo della musica e del cinema - sono minacciate da una valanga di contenuti amatoriali gratuiti generati dagli utenti. Se siamo tutti dilettanti, non ci sono più esperti. Wikipedia incontra MySpace che incontra YouTube: la democratizzazione dei mezzi di comunicazione sta indebolendo e minimizzando competenza, esperienza e talento. La cultura del “copia-incolla” del Web 2.0 sta formando una generazione di intellettuali cleptomaniaci, che pensa si possano esprimere le proprie opinioni grazie all’abilità di tagliare e incollare a piacimento. Il diritto d’autore viene minacciato e la proprietà intellettuale è liberamente scambiata, scaricata e remixata, artisti, scrittori, giornalisti, musicisti, redattori e produttori sono derubati del frutto del proprio lavoro creativo. Le reti televisive subiscono l’attacco della programmazione autoprodotta di YouTube; il file-sharing e la pirateria digitale hanno devastato l’industria multimiliardaria della musica e ora minacciano di distruggere anche quella del cinema. In meglio o in peggio i media democratizzati del Web 2.0 stanno rimodellando il nostro panorama intellettuale, politico e commerciale.
Questo libro, sicuramente interessante, fornisce finalmente una prospettiva controcorrente rispetto al pensiero ormai imperante che sostiene il web 2.0 come la panacea di tutti i mali. Con questo non sostengo di essere d’accordo con le tesi del libro (o almeno quanto descritto in questa prefazione), ma sono dell’idea che un pò di sana dialettica anche su questi argomenti possa stimolare le menti in maniera costruttiva.
Il commento di Marco Decio in particolare mi ha fatto riflettere:
“Chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, e l’autoespressione diventa il fine.
Mi pare che questo non contrasti, ma anzi integri ed espanda la neocultura televisiva. La cultura dell’approssimazione, del dilettantismo, in cui basta essere per esserci. Quella in cui si scrive senza leggere, si parla senza ascoltare, si fa senza saper fare.”
In effetti, spesso mi sono chiesto se i blog non rappresentino un mezzo edonistico ed autocelebrativo di massa come lo sono i reality per i personaggi che vi partecipano. Se ci si pensa bene anche in quel caso gli individui hanno improvvisamente a disposizione un mezzo con il quale esprimersi. E le tavole rotonde dei convegni e seminari ricordano sempre più spesso le “ospitate” in discoteca.
Per contro però ritengo che la Rete stia iniziando un lento processo di scardinamento delle caste, presenti nei settori più svariati, con cui spesso ha a che fare la politica. Preferisco allora una massa di contenuti amatoriali realizzati da utenti sconosciuti tra cui, con impegno e fatica, filtro e individuo quelli a valore aggiunto e ne analizzo le opinioni contrarie, che alcuni “contenitori” di analisi e notizie realizzati da pochi “eletti” (non sempre per merito) senza un contraddittorio.
Che ne pensate?
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