La scorsa settimana, durante l’inaugurazione della nuova Presidenza USA, CNN e Facebook hanno messo in piedi un concept di marketing virale mica da ridere. Sfruttando posizioni predominanti nei rispettivi mercati (informazione e social networking) e l’occasione di un grande evento mondiale (mai così atteso vista la situazione economica internazionale), i due player sono riusciti rispettivamente a diffondere viralmente la propria diretta dell’evento e a promuovere la piattaforma di social networking conosciuta anche tra le fasce di utenza meno avvezze all’uso del PC.

In pratica la chat multi-utente posta di fianco allo streaming video è stata creata utilizzando gli status update di Facebook. Erano presenti due tab di chat: una relativa al proprio Network di contatti e una aperta a tutti gli utenti connessi all’evento. Ciascun aggiornamento inserito da questa finestra veniva aggiornato automaticamente anche su Facebook con link di provenienza che tendeva alla diretta video. In questo modo è stato generato un buzz virale in grado di coinvolgere molti utenti e di generare più di 200.000 status update taggati CNN.com Live!

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Ecco i numeri diffusi, una volta conclusosi l’evento:

- 1 milione di persone hanno aggiornato il proprio status update di Facebook da CNN.com live
- una media di 4.000 status update al minuto durante la diretta
- 8.500 status update al minuto non appena Obama ha iniziato il suo discorso
- La pagina di Facebook di Obama ha raggiunto più di 4 milioni di fan e più di 500.000 wall post

Questa rientra in quel set di idee che, pur richiendo poche attività, risultano essere geniali. Alla fine è stata necessaria una partnership e l’integrazione con le API di Facebook. Più che altro c’è da chiedersi quale dei due player aveva più potere contrattuale nelle fasi di definizione del partenariato (siete così sicuri che fosse CNN?).

Qualche tempo fa su Wired (USA), Chris Anderson, il famoso teorico della “coda lunga“, descrisse i nuovi modelli di business che supportano la nascita e l’offerta di prodotti e servizi nell’ultimo periodo. Sotto ne trovate una bella rappresentazione grafica:

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I 4 modelli si possono riassumere definendo le seguenti caratteristiche:

1) Free 1: il classico scambio tra acquirente e venditore, tramite il quale viene regalato un oggetto in cambio di una transazione legata ad un altro (e.g. omaggio di un gadget all’acquisto di un oggetto, applicato nel commercio tradizionale).

2) Free 2: il classico modello della pubblicità tramite il quale sono cresciute aziende come Mediaset, nel settore media, e Google, nel settore Internet.

3) Free 3: il freemium model (già trattato su I have an iDEa!) potrebbe sembrare il sistema tramite il quale l’offerente propone un “campione” del prodotto/servizio all’acquirente per invogliarlo all’acquisto. In realtà il campione, che solitamente nei mercati classici rappresenta un bassissima percentuale del transato, nel freemium model, tipico del web,  corrisponde a buona parte del prodotto/servizio. Il business rimane sostenibile grazie a quei pochi utenti che acquistano servizi aggiuntivi.

4) Free 4: il profitto per i servizi di cui fruisce l’acquirente non corrisponde a flussi di denaro ma a reputazione. Ad esempio I have an iDEa! (considerato l’esiguo introito di AdSense :-( ) adotta questo business model.

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Chi di voi non sa chi è Philip Kotler? Kotler è il Guru del Marketing, è colui che teorizzò per primo, molti anni fa, le famose 4P (Product, Place, Promotion, Price). Sia durante i miei studi, sia nell’elaborazione di progetti e business plan ho avuto a che fare con la definizione delle famose 4P. E questo non è avvenuto soltanto a me o a miei coetanei ma anche alla generazione precedente alla mia.

Il Politecnico di Milano ha organizzato per oggi 17 Giugno un evento dal nome “Il Marketing del 3° millennio” a cui parteciperà lo stesso Kotler (diretta Live in streaming dalle 14 di oggi). Gli organizzatori (Giuliano Noci e Andrea Boaretto) hanno selezionato tre domande da porre a Kotler tra quelle pervenute. La mia, che è stata scelta e verrà pronunciata a mio nome oggi pomeriggio (probabilmente non riesco ad esserci :-( ), è riportata sotto:

Gentile Professor Kotler, Lei ha segnato la storia del Marketing con le famose 4 P con le quali ciascun buon aspirante imprenditore deve confrontarsi nella stesura di un Business Plan. Ma non solo gli imprenditori la conoscono: anche mia madre, che all’università studiò sul “Kotler”, quando parla di strategie di vendita cita prontamente le Sue 4 P come se fossero i precetti del Marketing. E probabilmente lo sono.
Mia madre, però, appartiene alla scorsa generazione. Negli ultimi anni la Rete ne ha allevata e cresciuta una nuova: la Generazione C. Stando a quanto sta succedendo sul mercato, il Prodotto si sta trasformando nel Contenuto creato dagli utenti, il Prezzo subisce il loro Controllo, la Community è il nuovo Placement di distribuzione e la Promozione continua a perdere il suo valore se priva di Creatività. In questo contesto, ciò che mi preoccupa è che la maggior parte delle aziende continua ad affidarsi a strategie di approccio al cliente superate. Insomma, non si rendono conto della necessaria convergenza di Innovation & Design Management nel ruolo del CMO (Product), non prestano attenzione all’emergere di nuovi modelli di business come quello Freemium (Price), non considerano gli effetti del Social Networking (Placement) e conoscono a malapena il significato di Viral & Guerrilla Marketing (Promotion).
Il parallelismo tra le P e le C non può negare che ci sia. Secondo Lei è presto per fondare una nuova corrente di Marketing basata su queste quattro C e quindi sulle dinamiche del Web 2.0? E non sarebbe ora che Lei la istituzionalizzasse con un altro suo libro?

[N.B. queste 4 C non hanno relazione con le 4 C teorizzate da Kotler per considerare il valore per il cliente. Questi 4 concetti sono i principi cardine su cui si basa la definizione di Generazione C (http://en.wikipedia.org/wiki/Generation_C), i cui componenti sono i veri fondatori del Web 2.0]

Ovviamente la domanda originale ha avuto bisogno di qualche ritocco, sia per motivi di lingua che di tempistiche. Il significato è rimasto comunque il medesimo:

The emerging business models based on social networking, engagement and the concept of “for free” are showing a growing need to involve customers in value proposition design and in the innovation process. Might the integration between marketing, Innovation management and design be the leading edge of a new marketing school for the Web2.0 era?

Il mio amico Guido, pensando a me e a quanto scrivo sul mio blog, mi segnala questo fantastico articolo del Corriere On-Line.
Un giornalista dell’Indipendent racconta i suoi 7 giorni senza gadget digitali, come PC, cellulare, radio (digitale), TV (digitale), navigatore satellitare, iPod, etc. Fantastica esperienza, che aiuta a comprendere quante cose importanti rischiamo di trascurare a causa della passione per certi oggetti tecnologici…ma anche di come ormai non possiamo fare a meno di loro (leggere il finale per credere).
Credo che prima o poi ci proverò anch’io. Consiglio la stessa “attività” a tutti i lettori di questo blog.

Ancora una volta non posso fare a meno di citare l’ultimo post di Idris Mootee per far notare quanto alcuni filoni tematici da me intrapresi rispecchiano alcune sue considerazioni e come spesso topics, apparentemente differenti, si intreccino inesorabilmente.

Idris indica nel grafico sotto una serie di fattori che portano un Mid-level manager di per sè creativo a far sfogare questa sua indole: credo che banalmente questi triggers possano essere racchiusi nella definizione di Passione, concetto con il quale ho avuto a che fare nel mio post precedente.

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Idris conclude la sua analisi sul ruolo del Middle Management nel processo d’Innovazione citando una frase di Rory MacDonald:

“I agree with Bart: innovation has as much of an internal role to play in HR and in making people’s job more interesting and more fulfilling. It is very closely connected to the Japanese management theory which I think is called Kaizo [vd. Kaizen], whereby all employees are constantly encouraged to refine what they do to innovate”.

Rory postula una forte relazione forte tra ruolo dell’HR nella scelta degli Innovation Managers e la teoria giapponese del Kaizen. D’altro canto, chi segue il mio blog sa che da tempo sto impostando lo studio sul parallelismo tra Kaizen e Web 2.0, per una serie di fattori concomitanti.

Mi fa quindi piacere che un sottile filo conduttore, a volte imperscrutabile, colleghi diverse tematiche trattate in questo blog: la Passione, l’Innovazione, le teorie manageriali e il Web 2.0.

E’ da circa due settimane che ho preso come cavia mia madre per analizzare la Rete. A forza le ho fatto aprire un blog e adesso che ha superato i primi ostacoli (che le sembravano quasi insormontabili) è diventata blog-dipendente: scrive ogni giorno, guarda continuamente le statistiche e mi chiede come poter entrare a pieno titolo nella blogosfera…

Diciamo che mia madre ha superato senza troppi problemi quei classici tempi di set-up necessari in un’azienda per entrare in produzione. In pratica la semplicità degli strumenti del Web di seconda generazione ha permesso l’abbattimento del tempo necessario per imparare permettendole velocemente la “produzione” dei contenuti. E’ un pò come se in un’azienda manifatturiera si applicasse la tecnica Just-In-Time, che oltre a migliorare la qualità della produzione ne riduce i tempi di set-up.

Ritornando alla Rete, il Web 2.0 permette sicuramente un più facile apprendimento dell’utilizzo degli strumenti del Web, riducendo significativamente il digital divide a livello software. Adesso bisogna darsi da fare a livello hardware…

Visto che in questi giorni sono molto preso e non ho molto tempo di scrivere, vi rimando al mio ultimo post scritto sul blog aziendale, relativo al ruolo della pubblicità all’interno del modello Freemium generalmente adottato dalle start-up 2.0.