luca-de-felice-corriere-della-seraIl 29 Gennaio di quest’anno, imbarcandomi su un volo per Roma, non trovo La Repubblica, quotidiano che leggo di solito. Prendo allora il Corriere della Sera. Per puro caso, dopo aver letto gli ultimi avvenimenti politici, mi imbatto nella rubrica “Il lavoro che cambia“, in cui si descrive la storia di un ragazzo che per fare carriera ha necessariamente abbandonato l’Italia.

Memore della famosa lettera di Celli al figlio e di quella meno nota di Vincenzo Novari, ho deciso di proporre la mia storia al Corriere della Sera. Un percorso contraddistinto non da grandi successi, ma da qualche risultato raggiunto, in un Paese in cui è difficile emergere, ma per cui, io credo, bisogna combattere fino in fondo.

Ieri la mia lettera è stata pubblicata sul Corriere della Sera.

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Questo dimostra come la serendipità abbia un ruolo fondamentale nelle nostre vite: per puro caso ho ricevuto uno stimolo, da una fonte che spesso non me li offre. Ma ho anche saputo cogliere l’opportunità, mandando una mail al relativo quotidiano. Riflettendo sul mio percorso formativo e professionale, la mia crescita è continuamente contrassegnata da spunti di serendipità e conseguenti tentativi di cogliere opportunità.

Credo che per il nostro Paese valga lo stesso: l’Italia rispetto ad altre nazioni probabilmente offre minori stimoli, ma sta a noi però sfruttare le poche occasioni che ci concede.

Spero che nel suo piccolo questo articolo abbia contributo a dare fiducia a chi non crede più nel nostro Paese.

Credo che il periodo che stiamo attraversando costituisca solo una delle prime fasi del ciclo di crisi economica e politica che iniziò nel lontano 2001 con lo scoppio della bolla Internet e che venne consolidato dagli avvenimenti dell’11 Settembre. Non che questi ne furono gli eventi scatenanti, ma sicuramente insieme all’introduzione dell’Euro (scelta necessaria) ebbero un impatto pesante sugli anni a venire.

Credo che i crack finanziari di Parmalat, Cirio, Lehman Brothers, Alitalia e i prossimi che seguiranno siano legati a doppio filo e rappresentino il risultato di politiche di convenienza, italiane e non, che si potevano gestire durante il dopoguerra, ma che nel nuovo millennio sono impossibili da perpetrare. Dall’altro lato questa crisi non “ripulirà” il sistema da abitudini sgradevoli, come ad esempio le diverse speculazioni che ancora si percepiscono nei settori più disparati.

Credo comunque che la crisi non colpirà tutti, o almeno non gli sprovveduti: probabilmente tra qualche anno (o decennio), finito il trend negativo, serietà e virtuosità, applicate in qualsiasi campo,  verranno finalmente premiate.

…e ho visto:

1) Molti forestieri…

2) Pochi Italiani…

3) Nessun militare…

Credo che non ci sia momento migliore per promuovere nuovamente la Ricerca che da tempo mio zio porta avanti e alla quale ho dato il mio supporto dal punto di vista analitico.

Lo scandalo sanitario dell’Ospedale Santa Rita di Milano è solo la punta di un iceberg che da tempo alcuni professionisti del settore tentano di portare a galla.

Fatto sta che l’analisi che pubblicai in questo blog più di un anno fa con il nome di progetto NOYAG non è mai stata così d’attualità come in questo momento. L’analisi riguarda soltanto il settore oculistico, ma il meccanismo “malato” che sta sotto alla distribuzione dei DRG regionali è estendibile a qualsiasi campo medico. In pratica per raggiungere l’efficacia, cioè il benessere del paziente, sarebbe necessario per gli ospedali privati ridefinire il concetto di efficienza che negli ultimi anni hanno interpretato come se fossero aziende.

In questi giorni di campagna elettorale, dopo aver visto il file fornito da Dario Salvelli con tutti i 147 partiti che si presentano alle elezioni e dopo gli incalzanti aggiornamenti di Wittgenstein, ho deciso di fare uno spiritoso accostamento tra i principali partiti politici in corsa e i 4 operatori di telefonia mobile.

Premettendo che tali considerazioni esulano dalle preferenze politiche del management e dei lavoratori delle aziende analizzate (oltre che mie), ho tentato di definire un orientamento politico di massima dei mobile customer italiani. Questa analisi si basa su mie esperienze/impressioni delle persone che mi circondano e su una personale interpretazione delle offerte commerciali degli operatori.

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- Semplici: preferiscono la semplicità d’uso e l’economicità delle cose.
- Intellettuali: vogliono avere un’aria intellettuale, internazionale e giovanile.
- Conservatori: sono legati alle tradizioni e a tutto ciò che è familiare.
- Sognatori: spensierati, amano la bella vita.

Ti ci ritrovi in questa generica categorizzazione?

Secondo voi Mussi ha letto I have an iDEa!, nello specifico questo post?

Complimenti a Max Cosmico per questo bel pezzo (autoreferenziale), intelligente e molto orecchiabile. Riprende la tematica del precariato già affrontata da me in passato ed evidenzia che ingegnarsi e darsi da fare aiuta ad uscire da situazioni critiche, come quella del precariato. E che il Web 2.0 paga sempre…

Ieri ho sentito che il Politecnico di Milano ha conferito a Giorgio Armani la Laurea Honoris Causa in disegno industriale. Senza nulla togliere ad Armani, grande professionista, non sono d’accordo con il concetto di Laurea Honoris Causa. Credo che il conferimento di una Laurea e il desiderio di dare una menzione d’onore ad una persona particolarmente valida nel campo in cui opera siano due azioni da mantenere distinte. Questo per due motivi:

1) Spesso i giovani sono attirati da strade alternative alla vita accademica, più veloci, meno faticose, più efficaci ma meno prestigiose (si veda il mondo dello spettacolo). La Laurea Honoris Causa ingenera incosciamente confusione nella concezione intrinseca di competenze acquisite, capacità personali, meriti, fama e successo.

2) Spesso le Università utilizzano questo strumento come mezzo pubblicitario per far conoscere il proprio nome (nel bene o nel male, oserei dire a questo punto). A tal proposito apprezzo il sistema utilizzato dalla Bocconi che si distingue dagli altri atenei.

Propongo pertanto un metodo alternativo per l’attribuzione di meriti particolari, come menzioni o addirittura Lauree. Un ateneo propone in forma anonima una persona e l’approvazione deve essere data dalla maggioranza di tutti gli atenei nazionali che hanno la stessa facoltà al loro interno. La premiazione deve avvenire nella sede del MIUR (Ministero dell’università e della Ricerca). La cerimonia può essere finanziata dagli atenei favorevoli alla stessa che hanno intenzione di farsi pubblicità, ma la Laurea viene conferita ufficialmente dal Ministero e non dai votanti o dagli sponsor.

Vediamo quante Laureae Honoris Causa vengono conferite…

Milano poco illuminata? Pensiamo prima ai crimini alla luce del sole!

 P.S. …e all’ambiente!

Aggiornamento ore 20:30: l’avevo detto - non si è pensato nè alla sicurezza diurna, nè all’ambiente!

Nell’ultimo periodo, viste le mie vicissitudini lavorative, ho avuto direttamente a che fare con il precariato, fenomeno particolarmente sentito nel settore delle TLC. Andando subito al dunque, consiglio di leggere questa interessante analisi della questione realizzata da Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro all’Università Statale di Milano.

Premettendo che lo studio del Professore è particolarmente valido perchè basato su un approccio ingegneristico (si ragiona sui dati), non sono però d’accordo con le conclusioni teorizzate. Il Dott. Ichino sostiene che una soluzione al precariato possa consistere nel “rafforzare professionalmente i più deboli, o aiutarli a trovare la collocazione in cui possono rendere di più”…banale…così si ribalta nuovamente il problema sul precario perchè nessuno effettivamente può farsi garante di questo rafforzamento/cambiamento (nè le istituzioni, nè le imprese che sicuramente non pensano alla formazione della persona prima dell’assunzione della stessa). Per quanto possa essere vero in alcuni casi, la maggior parte delle volte i giovani sono già forti nelle posizioni in cui lavorano.

Il problema è che esistono due tipi di posizioni al momento dell’ingresso in azienda: alcune più operative, in cui la persona viene formata velocemente ed è facilmente sostituibile; altre più strategiche e di alto livello, che non garantiscono l’esigenza della risorsa nel breve termine. Mentre nel primo caso il problema è strutturale e sta alla persona dare quel qualcosa in più per rendersi necessaria e non sostituibile, nel secondo spesso sono le aziende (in particolare quelle italiane, soprattutto in questa fase di crisi economica) a ragionare sui numeri/budget del breve periodo, perdendo talenti capaci di determinarne profondamente l’andamento strategico sul lungo termine. Tali aziende risentiranno comunque delle loro scelte in termini di politica di gestione delle risorse umane nei periodi temporali di cambiamento generazionale; la totale acquisizione dall’esterno di middle management infatti non paga a livello strategico, in quanto l’impresa in questo modo non mantiene una base di “fedeli”, votati alla sua causa in modo tale da garantire la continuità della stessa e dei suoi valori.

Attenzione quindi: la colpa del precariato è da attribuirsi in parte ai precari, in parte alle aziende. E di questo precariato (quello che si protrae per lunghi periodi s’intende) non ne giova nessuno, nè il giovane, nè sul lungo l’azienda, tantomeno lo Stato.