Precari o caproni?

Nell’ultimo periodo, viste le mie vicissitudini lavorative, ho avuto direttamente a che fare con il precariato, fenomeno particolarmente sentito nel settore delle TLC. Andando subito al dunque, consiglio di leggere questa interessante analisi della questione realizzata da Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro all’Università Statale di Milano.

Premettendo che lo studio del Professore è particolarmente valido perchè basato su un approccio ingegneristico (si ragiona sui dati), non sono però d’accordo con le conclusioni teorizzate. Il Dott. Ichino sostiene che una soluzione al precariato possa consistere nel “rafforzare professionalmente i più deboli, o aiutarli a trovare la collocazione in cui possono rendere di più”…banale…così si ribalta nuovamente il problema sul precario perchè nessuno effettivamente può farsi garante di questo rafforzamento/cambiamento (nè le istituzioni, nè le imprese che sicuramente non pensano alla formazione della persona prima dell’assunzione della stessa). Per quanto possa essere vero in alcuni casi, la maggior parte delle volte i giovani sono già forti nelle posizioni in cui lavorano.

Il problema è che esistono due tipi di posizioni al momento dell’ingresso in azienda: alcune più operative, in cui la persona viene formata velocemente ed è facilmente sostituibile; altre più strategiche e di alto livello, che non garantiscono l’esigenza della risorsa nel breve termine. Mentre nel primo caso il problema è strutturale e sta alla persona dare quel qualcosa in più per rendersi necessaria e non sostituibile, nel secondo spesso sono le aziende (in particolare quelle italiane, soprattutto in questa fase di crisi economica) a ragionare sui numeri/budget del breve periodo, perdendo talenti capaci di determinarne profondamente l’andamento strategico sul lungo termine. Tali aziende risentiranno comunque delle loro scelte in termini di politica di gestione delle risorse umane nei periodi temporali di cambiamento generazionale; la totale acquisizione dall’esterno di middle management infatti non paga a livello strategico, in quanto l’impresa in questo modo non mantiene una base di “fedeli”, votati alla sua causa in modo tale da garantire la continuità della stessa e dei suoi valori.

Attenzione quindi: la colpa del precariato è da attribuirsi in parte ai precari, in parte alle aziende. E di questo precariato (quello che si protrae per lunghi periodi s’intende) non ne giova nessuno, nè il giovane, nè sul lungo l’azienda, tantomeno lo Stato.

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